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È la debolezza della politica che minaccia l'Euro |
di Angelo Baglioni e Umberto Cherubini da lavoce.info12.07.2011 Quella a cui stiamo assistendo da venerdì scorso sui mercati finanziari è una crisi di fiducia nella governance politica dell'Italia, ma anche dell'Europa. Il vertice dell'Eurogruppo di lunedì non ha raggiunto alcun vero risultato. Il coinvolgimento del settore privato pesa come un macigno sulla trattativa relativa al piano di assistenza finanziaria alla Grecia. Con proposte di soluzione diverse tra il piano tedesco, quello francese e l'ipotesi del buyback. E così l'euro rischia sempre di più. |
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Gustavo Zagrebelsky: per cambiare davvero |
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Elezioni, partiti, partecipazione. 1. Qualche mese fa, Libertà e Giustizia si è espressa sulla questione elettorale con una formula chiara, impegnativa e, secondo me, ancora pienamente valida: mai più alle urne con questa legge, una legge palesemente incostituzionale. Non è nemmeno il caso di ritornare, se non per accenno, sugli argomenti che motivarono quella nostra posizione: l’assurdo premio che trasforma una piccola minoranza (sia pure la più grande delle piccole) degli elettori in una larghissima maggioranza in Parlamento; il “blocco” delle liste dei candidati, prescelti (nominati) dai vertici dei partiti e imposti ai cittadini, ai quali si chiede non di eleggere i propri rappresentanti, ma di dare un voto di fiducia al partito che, quei candidati, ha selezionato secondo logiche sempre più verticistiche e opache. Oggi, possiamo dire che il motivo del nostro “mai più alle urne…” si riassume così: come cittadini elettori, non siamo più disposti a sostenere il ruolo di portatori d’acqua nell’interesse di burocrazie di partiti che usano i posti dei rappresentanti dei cittadini in Parlamento come loro proprietà, per distribuire favori, per ricompensare d’altri favori, per assicurarsi la fedeltà di clienti. Non siamo più disposti a collaborare a tenere in piedi un sistema politico fatto di clientele che si avvolgono e attorcigliano in giri di potere che sempre più spesso – come veniamo a sapere, ormai neppure più sorprendendocene, giorno dopo giorno – operano oltre i confini della legalità. |
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Occupazione sempre più precaria |
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La plastica istituzionale |
di Michele Ainis da Corriere della Sera 21.04.2011 Potremmo iscrivere alla fiera dell'ovvio la proposta dell'onorevole Ceroni, benché il Palazzo l'abbia salutata con fragore. Potremmo gettare nel cestino dei farmaci scaduti quest'ultima iniezione ri-costituente. A che serve infatti dichiarare - già nel primo articolo della nostra Carta - che il Parlamento è l'organo centrale del sistema, che per suo tramite s'esprime la volontà del popolo, che il popolo a sua volta designa deputati e senatori attraverso un rito elettorale? Magari può servire a ricordarci che in quel posto lì ci si va per elezione, non per cooptazione, non per nomina d'un signorotto di partito, come c'è scritto nel «Porcellum». Ma tutto il resto è già nero su bianco nella Costituzione: articoli 55 e seguenti. Basta sfogliarne qualche pagina, dopotutto non è una gran fatica. |
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Avevo ragione, LA STORIA È FINITA |
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di Federico Rampini da LaRepubblica 30.03.2011 Fukuyama: Così la Primavera araba conferma le mie tesi "Quel che sta accadendo nel mondo arabo è la migliore conferma della mia tesi del 1989 su La fine della storia. Allora, quando osservai che la liberaldemocrazia era lo stadio più avanzato nell' evoluzione delle società umane, tra le obiezioni che ricevetti c' era proprio quella di chi mi rinfacciava l' eccezione araba. Ecco, oggi vediamo che quell' eccezione non esiste.I popoli arabi non sono diversi da noi, hanno le stesse aspirazioni, la stessa dignità". E' il momento di un ritorno di gloria per Francis Fukuyama, il celebre e controverso studioso americano di scienze politiche. Esce in America un suo nuovo saggio, The Origins of Political Order, il primo volume di un' opera monumentale: l' analisi delle società umane e dei sistemi politici dalla preistoria ai tempi moderni, con un taglio interdisciplinare che prende in prestito anche le teorie evolutive della biogenetica. E' un saggio che fa notizia fin dalla dedica: è in memoria di Samuel Huntington, il teorico dello "scontro di civiltà" scomparso nel 2008, che fu al tempo stesso un maestro di Fukuyama e un suo fiero avversario intellettuale. Tante cose sono cambiate dal primo libro che lo proiettò nel dibattito mondiale. In seguito Fukuyama ha disertato i ranghi dei neoconservatori. Di recente si è trasferito dall' università Johns Hopkins di Washington a Stanford, un passaggio dalla East alla West Coast che ha significato anche una presa di distanza dall' attualità politica («a Washington fior d' intelligenze studiano quel che accade in Cina di ora in ora, ma pochi possono parlare in modo competente della dinastia Han»). Oggi però l' attualità lo insegue, riportando in auge la sua tesi più controversa, quella che lui lanciò all' epoca della caduta del Muro di Berlino. L' idea della "fine della storia" ebbe un successo immediato, parve catturare lo spirito di un' epoca: il momento unipolare, il trionfo dell' America con la caduta del comunismo. In seguito quella teoria cadde in disgrazia, via via che l' avanzata delle democrazie si scontrava con rovesci e delusioni: Fukuyama divenne il bersaglio ideale per accusare l' America di arroganza imperiale. Oggi paradossalmente, mentre lui assapora un ritorno di celebrità e di autorevolezza, è proprio sullo stato dell' America che il suo ottimismo s' incrina. |
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Come convivere nell' Europa del 21° Secolo? |
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Speciale Scuola 2011: le lezioni di sabato 26 marzo. di Filippo Di Robilant 29.03.2011 Il fattore demografico È un tema che deve diventare sempre più centrale nelle nostre analisi. La popolazione europea si è “ristretta” negli ultimi 50 anni. Nel 1960 un abitante sul pianeta su cinque era europeo; oggi siamo uno su dieci; nel 2050 saremo uno su venti. Come sostiene il rapporto del Gruppo di riflessione sull’Europa presieduto da Felipe Gonzalez, il rischio è che l’Europa diventi una mera appendice dell’Asia. Non solo saremo sempre meno ma saremo anche sempre più vecchi. Visto il tasso di longevità ancora in aumento e la bassa natalità, le previsioni indicano che, all’orizzonte 2050, per ogni quattro adulti in età lavorativa ci saranno tre pensionati da sostenere. Il tutto a danno della competitività delle nostre economie e della sostenibilità della nostra spesa sanitaria e pensionistica. Non c’è alternativa, se si vuole correggere questo trend declinista, che ogni Stato membro metta urgentemente mano a politiche razionali di integrazione degli immigrati e a riforme strutturali che prevedano l’apertura del mercato del lavoro alla componente femminile e ai giovani, l’innalzamento dell’età pensionabile, l’equiparazione dell’età pensionabile uomo-donna, ecc… |
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Con gli incontri del terzo e ultimo modulo di sabato 26 e domenica 27 marzo, si concludono i lavori della Scuola Politica di Pavia. Le relazioni iniziano la mattina del sabato con l'economista Innocenzo Cipolletta che discuterà sulle emergenti prospettive economiche del dopo-crisi. Nel pomeriggio, il professore Alessandro Colombo, docente di Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Milano e direttore dell’Osservatorio “Sicurezza e Studi Strategici” all’Ispi, terrà una lezione intitolata La scomposizione dell’universo strategico, diplomatico e ideologico del Novecento: una nuova sfida alla governance globale. Il professore Alberto Martinelli, docente di Scienza Politica alla statale di Milano, illustrerà la governance globale in rapporto al declino dell'egemonia statunitense. Conclude domenica mattina Filippo di Robilant, portavoce di Emma Bonino e membro del consiglio di Presidenza LeG, intervenendo sul tema Come convivere nell’Europa del 21° Secolo? Programma con orari e sede degli incontri |
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di Daniela Del Boca da lavoce.info 15.02.2011 In Italia le donne sono la maggioranza e la parte più istruita della popolazione, ma solo il 47 per cento ha oggi un lavoro. Sono sistematicamente discriminate anche sul piano dei guadagni. Ridotta al minimo la presenza femminile nei consigli di amministrazione. Il problema ha radici lontane, ma negli ultimi dieci anni la situazione è peggiorata rispetto a paesi simili a noi. Mentre i media hanno contribuito a diffondere una cultura che le umilia. Ecco perché le donne chiedono un cambiamento, adesso. |
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di Maria Laura Rodotà da Corriere della Sera 10.02.2011 Care donne intelligenti, care donne pensanti, care donne impegnate e/o palpitanti, care donne (e qualche caro uomo) dei distinguo, che manifestate, non manifestate, discutete del perché manifestare; avete parlato con le donne (e con qualche uomo) mai invitate a intervenire sui giornali, con quelle e con quelli che nelle piazze di domenica 13 saranno maggioranza? Voi ne concionate come se si trattasse di un esamino di condotta e quoziente intellettivo per le donne italiane. Come se fosse un convegno con autocoscienza. Come se fosse una riflessione psico-filosofica o socio-moral-politica, o un troppo sollecitato mea culpa. Mi dispiace, non ci sto. Per me quella manifestazione non è quello, e non ha neanche ha le parole e le scarpette delle donne eccellenti che la promuovono. Ha la faccia di Manuela, che fa il medico ospedaliero e arriverà con sua figlia dopo una notte di guardia; di Nadia, ricercatrice scesa dai tetti che diceva «io con quelle sciurette non ci vado» e poi ha deciso di esserci; di Antonella, che fa la mamma e l'impiegata e domenica, per una volta, non cucina. Non sono radical chic. Sono cittadine. O meglio, vogliono tornare a esserlo. |
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L´unica cosa su cui vale la pena ragionare, nell´attacco furibondo di Giuliano Ferrara a Gustavo Zagrebelsky, dopo la manifestazione di Libertà e Giustizia di sabato scorso a Milano, non sono gli insulti – di tipo addirittura fisico, antropologico – e nemmeno la rabbia evidente per il successo di quell´appuntamento pubblico che chiedeva le dimissioni di Berlusconi: piuttosto, è l´ossessione permanente ed ormai eterna della nuova destra nei confronti della cultura azionista, anzi dell´"azionismo torinese", come si dice da anni con sospetto e con dispetto, quasi la torinesità fosse un´aggravante politica misteriosa, una tara culturale e una malattia ideologica invece di essere semplicemente e per chi lo comprende, come ripeteva Franco Antonicelli, una "condizione condizionante". |
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Palasharp: la nostra promessa |
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di Sandra Bonsanti 08.02.2011 Qualcosa è successo il 5 febbraio al Palasharp di Milano. Lo sanno tutti quelli che c’erano e quelli che ci hanno seguito nelle dirette tv . Lo sa chi ha letto la stampa che ha scritto parole di verità. Questo qualcosa ha spaventato molto la corte di Silvio Berlusconi che ha risposto con un livore e un odio mai visto. “Miserabili”, avrebbe commentato Ugo La Malfa. Era il suo modo per esprimere rifiuto, distanza. Per respingere il fango a chi lo diffondeva. Il fango non soffoca il momento di democrazia e cultura che abbiamo vissuto insieme, le tre ore e mezzo (come è fuggito il tempo) di parole pulite, di pensieri preoccupati ma alla fine sereni di chi sa che sta facendo il proprio dovere. Umberto Eco voleva salvare l’onore dell’Italia e tanti, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, dalla Francia alla Germania alla Spagna, ora sanno che ci sono in Italia anche quelli che dicono no. Roberto Saviano ha mostrato la sua emozione davanti a quella folla immensa ed era lì con noi a raccontarci ancora della sua terra (che è anche nostra) e della politica collusa. Gustavo Zagrebelsky ci ha spiegato perché non chiediamo nulla per noi e tutto per tutti: lo hanno riempito di insulti fascisti. Questo qualcosa che è successo via via che i testimoni dicevano le loro parole sul palco è stato prima di tutto un sentimento di grande solidarietà umana e civile: ognuno aveva una esperienza da vivere insieme agli altri, una speranza delusa, un sogno da realizzare. Questo qualcosa noi del Palasharp e gli italiani che erano comunque con noi è un tesoro che non andrà saccheggiato. È quel vento dal basso che Paul Ginsborg evoca e che spinse i volontari del Risorgimento a fare l’Italia, è quel “non arrendiamoci” di Oscar Luigi Scalfaro, di Pollini e di tutti gli altri che ci hanno fatto l’onore di esserci. Questo qualcosa è ora l’impegno di Libertà e Giustizia. A proseguire, a aiutare la società civile lungo la strada difficile dell’impegno e della partecipazione. Insieme al Grazie che rivolgo a tutti, a nome di tutta l’associazione, dunque, una promessa: ci siamo, saremo nelle piazze a dimostrare, ci faremo sentire e conteremo e peseremo sulle scelte della politica . Perché non rinunceremo mai a un’Italia Libera e Giusta. |
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