|
Responsabile:
Riccardo Puglisi:
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Comunicazione globalizzazione e potere simbolico
Imprenditori, manager, uomini di governo, sindacalisti o politici, prima o poi, denunciano di avere problemi di comunicazione. Si scava e appare evidente che vengono definiti problemi di comunicazione situazioni che hanno a che fare con il prodotto, il processo di produzione, la distribuzione se si pensa al mercato. Con le idee, le proposte, le forme organizzative, il modo di stare nella società, se si pensa alla politica. La parola comunicazione è il passepartout del nostro tempo. Ma i concetti come le parole sono conseguenza della realtà. Perché, allora, nelle società moderne la comunicazione è diventata così importante? La ragione essenziale è che in questi anni – e sempre di più dall’esplosione del ruolo della tv - stiamo rendendoci conto che accanto al potere politico, a quello economico e a quello coercitivo (militare e poliziesco) esiste un potere altrettanto determinante, quello simbolico, esercitato dalle istituzioni politiche, religiose, educative, culturali e, massimamente, dal sistema dei media. Le culture, i valori condivisi, tengono insieme sia stati, chiese e gruppi sociali, sia partiti, organizzazioni e aziende. La comunicazione è il cemento delle culture e delle identità, individuali e collettive. È lo strumento essenziale del “potere simbolico”. Non c’è momento storico memorabile, tragedia o grande speranza, che non sia associabile a un conflitto di poteri che si evidenzia in un conflitto di valori simbolici. La rivoluzione tecnologica, prima di tutto il matrimonio di telefono e tv, esalta ancor più il fatto che la comunicazione mediata è per sua stessa natura strumento e testimonianza della globalizzazione. Anche il popolo di Seattle avrebbe fatto molta più fatica ad affermarsi senza lo strumento principe della globalizzazione: il world wide web. Nell’era dello information technology, come ha messo in evidenza John Thompson, la “globalizzazione della comunicazione muta la natura stessa dello scambio simbolico e trasforma le condizioni di vita di tutti gli individui.” “Ma lo sviluppo delle società moderne non cancella il bisogno di formulare un insieme di concetti, valori e credenze, che ci aiuti a dare un senso al mondo e al posto che in esso occupiamo”. Sapendo di correre il rischio della rana che compete col bue, vorrei proporre che in questi giorni di G8 anche noi professionisti della comunicazione, considerando le decine di migliaia di giovani attratti dalle facoltà di Scienze della Comunicazione o dalle nostre professioni, ci pensassimo come parte, troppo spesso inconsapevole, di questo grande processo di globalizzazione che la comunicazione, grazie anche alle nostre tecniche e alle nostre capacità, contribuisce ad accelerare. La globalizzazione per le società moderne è un processo “ordinario”, connesso allo sviluppo dei mezzi di comunicazione, “straordinaria” è l’accelerazione data dall’innovazione tecnologica; fermarlo oltre che velleitario sarebbe autolesionistico, viverlo con consapevolezza e cercare di condizionarlo è possibile oltre che necessario. Penso che l’impegno alla riflessione e al dibattito di ciascuno di noi, delle associazioni professionali del settore e anche di “.com”, possano fare molto per fare emergere le nuove responsabilità che questa consapevolezza deve farci acquisire. A chi lavora, studia, insegna nel campo della comunicazione spetta un compito importante, anche se realisticamente non decisivo, impegnarsi e contribuire a fare della globalizzazione una splendida ibridazione creativa.
Mario Rodriguez
|